Colloquio con la psichiatra e scrittrice palestinese a Roma per presentare all’Università La Sapienza il suo ultimo libro sulla guerra a Gaza e sull’impatto dell’occupazione sulla salute fisica e mentale dei palestinesi.
Si trova a Roma fino a sabato 1 marzo per un fitto programma di incontri la psichiatra palestinese Samah Jabr, che è stata fino al 31 dicembre 2024 responsabile dell’Unità di salute mentale presso il ministero della Salute palestinese e da alcune settimane svolge la libera professione come consulente e psicoterapeuta. Il medico, che è anche docente associata di Psichiatria e Scienze comportamentali presso la George Washington University di Washington DC, presenterà il suo ultimo libro Il tempo del genocidio. Rendere testimonianza di un anno in Palestina (ed. Sensibili alle foglie, 2024) oggi alle 17 all’Università di Roma La Sapienza, domani in un seminario promosso dalla Società italiana di Psichiatria democratica ed il venerdì 28 presso alcune associazioni culturali. «Vengo in Italia prima di tutto per informare, per rispondere alle domande del pubblico di qualsiasi estrazione e orientamento sulla situazione che stiamo vivendo in Palestina» spiega raggiunta telefonicamente da Terrasanta.net. «Vengo anche per alimentare il sostegno internazionale che è così terapeutico per i palestinesi. Siamo lieti per il cessate il fuoco, ma la lotta deve continuare – dice – e la solidarietà globale deve diventare un movimento internazionale per la fine dell’occupazione e per una Palestina libera e indipendente accanto allo Stato di Israele».
Classe 1976, quarta figlia dopo altre tre femmine, nel suo nuovo libro Jabr racconta tra l’altro della sua adolescenza negli anni della prima Intifada (1987-1990) e della scelta di curare la sofferenza psichica che vedeva crescere intorno a sé soprattutto – ma non esclusivamente – a causa del conflitto. «Ho imparato – dice – a cercare rimedi per il trauma storico e collettivo palestinese promuovendo l’azione, l’autodeterminazione e il benessere interiore degli individui, lo sviluppo della comunità attraverso l’azione politica e sociale».
Psicoterapeuta con un’amplissima gamma di esperienze cliniche con prigionieri politici, donne vittime di violenza, minori autori di reati e vittime di traumi dovuti alla violenza sociale, Jabr ha imparato a riconoscere «come la violenza politica interagisca con le vulnerabilità bio-psico-sociali per scatenare malattie e impedire la ripresa». Anche per questo la sua è diventata una voce sempre più scomoda sull’interdipendenza fra salute mentale, colonialismo, diritti umani e sulle innumerevoli pratiche individuali e sociali, da lei stessa indicate nel libro, che possono alimentare la resilienza personale e il sumud, la resistenza, a livello collettivo. «Credo – osserva – che la liberazione della mente attraverso terapia, consapevolezza e coscienza critica sia fondamentale per il progetto dell’indipendenza della Palestina e che questo sia l’ambito in cui posso contribuire maggiormente».
Formatrice di giovani psicologi e psichiatri palestinesi, oggi collabora con l’Organizzazione mondiale della sanità sulle linee guida del Programma di salute mentale ed è uno dei referenti per l’applicazione del Protocollo di Istanbul (un manuale pubblicato dalle Nazioni Unite nel 2004 per le indagini e la documentazione di casi di tortura e di altri trattamenti inumani, crudeli e degradanti). Proprio in quest’ultima veste lo scorso dicembre Jabr ha firmato una lettera di protesta contro l’Autorità palestinese dopo che denunce e video diffusi su profili social palestinesi hanno testimoniato pestaggi e torture commessi dalle forze dell’ordine palestinesi in seguito alla cattura a Jenin di decine di affiliati a Hamas, al Jihad islamico e altre formazioni paramilitari, in operazioni che hanno spianato la strada a quello che sarebbe stato l’intervento dell’esercito israeliano. «Sono contro la tortura da chiunque venga commessa, proprio perché da vent’anni conosco l’impatto devastante che ha sulla salute fisica e mentale di chi la subisce e dei loro familiari. Ho firmato la lettera congiunta con altri medici – spiega – perché si tratta di una delle più gravi violazioni dei diritti umani ancora oggi perpetrata in diversi Paesi e che deve essere proibita e perseguita penalmente ovunque: è una battaglia di civiltà che anche le istituzioni palestinesi devono compiere al proprio interno».
Altro tema che le sta a cuore: l’aumento dell’abbandono scolastico e del consumo di droghe tra i giovani palestinesi tra i 18 anni e i 28 anni come reazione all’assenza di prospettive per la «generazione tradita da Oslo», la distruzione del sistema sanitario di Gaza con l’assassinio di centinaia di operatori sanitari oltre che di giornalisti, l’utilizzo delle immagini traumatiche nei conflitti, l’inautenticità del dialogo con pacifisti israeliani se non si affrontano i nodi strutturali dell’occupazione e dell’oppressione imposte da decenni, le battaglie per i diritti delle donne che non possono esser ridotte solo a «lotte contro il patriarcato» ma devono esser inquadrate in quelle più ampie per i diritti umani nella Palestina occupata. Pagina dopo pagina, nella sua raccolta di interventi Jabr conduce il lettore al cuore della sofferenza palestinese e indica l’enormità delle sfide che dovranno essere affrontate per avviare un processo di guarigione che durerà molti anni. «L’attivismo attraverso la scrittura, il dibattito pubblico, la mobilitazione e le connessioni in rete con amici, colleghi e compagni, insieme alla richiesta di giustizia politica e sociale – afferma – sono diventati interventi per guarire i mali sociali che affliggono la comunità palestinese occupata. Scrivo per guarire le nostre ferite collettive, per unirci nella solidarietà e nella fervida speranza che, insieme, vedremo la Palestina libera».